Istituto di Ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali

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Invecchiamento demografico, migrazioni e nuovi modelli famigliari

Intervista ad Angela Paparusso, demografa nel gruppo di ricerca Popolazioni e Migrazioni. 11 luglio 2023 (Giornata mondiale della popolazione)

Parlando di popolazione ci sono diversi “record” che sono stati segnati nell’ultimo anno a livello mondiale…

Uno è stato sicuramente a fine 2022 il superamento degli 8 miliardi di abitanti della Terra, avvenuto con una crescita della popolazione a livello mondiale inferiore all’1%, mentre è atteso il superamento dei 9 miliardi di abitanti entro il 2050.

Questo significa che abbiamo un mondo spaccato a metà, in cui ci sono dei paesi che crescono a una velocità decisamente sostenuta – in questo contesto evento importante è stato il soprasso in termini di numerici dell’India rispetto alla Cina – rispetto a un’altra parte del mondo, i paesi occidentali principalmente, che invece registra una crescita negativa.

È quello che sta succedendo, per esempio, in Italia…

Si tratta di una crescita negativa determinata dall’invecchiamento demografico, che è legato da una parte all’aumento della speranza di vita di uomini e donne e, dall’altra, alla riduzione della fecondità. In Italia il tasso di fecondità totale, per esempio, è di 1,3 figli per donna, in un contesto europeo dove la fecondità non supera i 2,1 figli per donna, la cosiddetta “soglia di sostituzione” per cui la coppia lascia in eredità sé stessa, mettendo al mondo un po’ più di due figli per coppia.

Quali sono le conseguenze dell’invecchiamento demografico?

L’invecchiamento demografico di per sé non è un problema, perché si vive più a lungo e tendenzialmente cerchiamo di vivere meglio. Questo fenomeno ha però conseguenze che riguardano principalmente il tema della sostenibilità economica: si riduce la popolazione in età lavorativa e si assottiglia la fascia di popolazione che contribuirà alle pensioni degli anziani di domani.

Un altro aspetto è legato al territorio. Ci sono aree del paese che stanno subendo un processo di spopolamento, in Sardegna o le zone interne del Sud Italia, dove la fecondità è abitualmente più basse del Nord Italia.

Spesso si parla della relazione tra invecchiamento demografico, nuovi modelli famigliari e migrazioni…

I modelli familiari sono cambiati rispetto al passato, le migrazioni per quanto ci riguarda sono un fattore che non può invertire questa tendenza ma può sicuramente, e in passato ha già, mitigato l’invecchiamento demografico. Lo fa con delle popolazioni che hanno una struttura demografica più giovane e che, almeno all’inizio, fanno un numero di figli più elevato anche se poi la tendenza è quella di adeguarsi alle strutture demografiche in cui le persone vivono.

Perché le migrazioni possono solo mitigare ma non invertire le dinamiche dell’invecchiamento demografico?

Prendiamo il caso dell’Italia, servirebbe un numero di migranti molto importante, che non è realistico e forse neanche troppo sostenibile da diversi punti di vista. Ma anche perché le popolazioni emigrate si adattano. Pensando sempre all’Italia che, contrariamente a quello che si crede, è destinazione di una migrazione soprattutto dall’Europa dell’est di donne che vengono in Italia alla fine dell’età feconda, mentre è spesso solo un paese di transito per popolazioni provenienti da paesi che stanno vivendo un’esplosione demografica che crea loro una finestra di opportunità che fa in modo che queste persone domandino opportunità risorse e istruzioni lavoro fuori dai confini nazionali. Questo ci fa capire la strutturalità del fenomeno migratorio, caratterizzato da questioni demografiche a valle e a monte.

Cosa può fare la politica?

Sarebbe auspicabile che la politica fosse in grado di inquadrare tanto la migrazione quanto la fecondità in un’ottica di lungo periodo.

La migrazione non è qualcosa che subiamo ma è un tratto costitutivo della nostra realtà, che ci può aiutare a tamponare una situazione di crisi che viviamo anche a livello di popolazione. Questo significherebbe aprire delle vie legali della migrazione per far sì che le persone non cerchino di insinuarsi nelle pieghe di sistemi che chiudono le porte di accesso. Allo stesso modo, bisognerebbe maggiore attenzione a una questione spesso sottovalutata che è quella dell’emigrazione, per cui molti giovani, ma non solo, vanno all’estero per motivi non solo di studio ma anche lavorativi.

Lo stesso vale per il problema della fecondità. La politica dovrebbe considerare che per poter invertire certe tendenze non basta dare incentivi economici ma bisogna attuare delle politiche di lungo periodo di diffusione più capillari dei servizi che aiutino le coppie, le famiglie, ad avere dei bambini e soprattutto a bilanciare la vita privata e lavorativa.

Per esempio?

I nostri studi hanno dimostrato come solamente mettendo a disposizione asili nido e servizi per l’infanzia in maniera più capillare si possa effettivamente avere un piccolo aumento della fecondità. Così come aiuterebbe una divisione dei ruoli in famiglia più equa. Un tema che non è questione del singolo ma che deve essere veicolato maggiormente a livello di dibattito pubblico.

A cura di Monia Torre

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