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3 prospettive sulla Giornata mondiale della Popolazione

In occasione della Giornata mondiale della popolazione, abbiamo raccolto tre diversi punti di vista sullo studio della popolazione nel nostro Istituto.

Con Angela Paparusso, demografa all’interno del gruppo Popolazione e migrazioni, abbiamo parlato di invecchiamento demografico, modelli famigliari e migrazioni.
Con Patrizia Grifoni, ingegnera del gruppo Informatica sociale e Techology assessment, ci siamo soffermati sulle diverse implicazioni sociali nella diffusione delle tecnologie delle comunicazione e informazione (ICT).
A Daniele Archibugi, economista nel gruppo Globalizzazione, ricerca e innovazione, abbiamo chiesto del legame attuale tra dinamiche demografiche ed economia.

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Adolescenti e pornografia – Uno studio del gruppo MUSA

Sempre più pornografia per fruitori sempre più giovani. È quanto emerge da uno studio appena pubblicato sulla rivista Societies, a cura di Loredana Cerbara, Giulia Ciancimino e Antonio Tintori, IRPPS, e Gianni Corsetti, ISTAT.
 
Oltre a mettere in luce l’aumento dell’uso della pornografia associato a una diminuzione dell’età dei suoi consumatori, la ricerca ha confermato i suoi riflessi sullo sviluppo dell’identità sociale e sessuale. Si tratta di impatti negativi sulle emozioni primarie, sull’autostima e sulla soddisfazione per il proprio corpo negli e nelle adolescenti. Ma lo studio rileva in particolare come l’esposizione precoce alla pornografia abbia effetti anche positivi, ma solo sulle ragazze.  
 
Nei ragazzi si produce infatti un rafforzamento degli stereotipi di genere nel contesto delle relazioni, l’adesione a ruoli di genere anche nell’ambito della sfera sessuale e un aumento della tolleranza verso comportamenti discriminatori, violenti e devianti. Diversamente, per le ragazze la pornografia rappresenta un’esperienza di emancipazione sessuale che, all’opposto dei maschi, supera i confini delle stereotipate gerarchizzazioni degli spazi sociali. Questa diversità è il frutto, secondo gli autori e le autrici, della socializzazione “binaria” ancora oggi preponderante, che riproduce di generazione in generazione stereotipi di genere inducendo a una passiva adesione a predefiniti ruoli sociali maschili e femminili.
 
I risultati di questa ricerca suggeriscono l’importanza e l’urgenza di un’educazione sessuale che venga offerta possibilmente in ambiente scolastico e con la mediazione di professionisti. Ciò, al fine di promuovere un approccio critico – e non solo passivo – in grado di superare il tabù del sesso e di andare oltre la pornografia mainstream, eterosessuale e mascolinizzata, che fornisce un’immagine omologata e irrealistica di corpi, prestazioni sessuali e relazioni sociali.
 
Lo studio è stato condotto con un approccio di ricerca psicosociale ed è tratto dai risultati dell’indagine nazionale Lo stato dell’adolescenza 2023, che ha coinvolto 4288 giovani studenti delle scuole superiori lungo tutta la penisola.
 
A livello internazionale, molti studi hanno indagato gli effetti negativi dell’esposizione precoce alla pornografia, ma i risultati sono spesso controversi, per via dell’utilizzo di tecniche di ricerca diverse e carenze sia metodologiche sia teoriche.

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Società a misura di bici

La bici sta conoscendo una nuova stagione. I dati di vendita, l’espansione del cicloturismo, la diffusione dell’uso cittadino della bici e di veicoli alternativi e in qualche modo riconducibili a forme nuove di mobilità in ambienti poco bike-friendly, la nuova sensibilità culturale verso la transizione ecologica sono tra gli indicatori della sua riscoperta. Nella memoria di molti la bici è associata ad esperienze piacevoli di esplorazione e di libertà. La bici viene considerata una tecnologia conviviale (Illich, 1973; Pivato, 2021), capace di creare modalità di relazione bilanciate con l’ambiente. Molte sono le città e le regioni che hanno investito nella bici e che hanno favorito la moderazione della velocità negli spazi urbani. Nella giornata mondiale della bicicletta, tuttavia, è importante ricordare che la pratica ciclistica non è così diffusa come ci si potrebbe aspettare.

Il ritardo nella ciclomobilità

Per capire le ragioni del ‘ritardo’ nella diffusione della ciclomobilità, che risultano particolarmente significative nel nostro paese, a parte lodevoli eccezioni e a fronte di un notevole incremento del parco bici in circolazione, dal periodo del lockdown in poi, si è sviluppata, attraverso la collaborazione tra ricercatori dell’IRPPS CNR, l’Università di Napoli ‘Federico II’, l’Università di Torino, l’Università di Padova, l’Università di Siena, l’Università di Salerno, Centro di Ricerche FIAB una rete di ricerca nazionale. La rete emergente ha dato luogo ad una serie fortunata di seminari online che è possibile ancora oggi rivedere; ha prodotto, inoltre, una ‘special issue’ sulla rivista Eracle  (Landri & Tirino, 2022) e sta lavorando, infine, ad un libro su bici e società.  La rete, come si è avuto modo di comprendere, è un unicum e tende a ricalcare ‘in piccolo’ la rete internazionale Cycling & Society che da diversi anni costituisce il punto di riferimento della produzione scientifica in questo settore (Cox, 2020; Cox & Bunte, 2018; Equality & Cox, 2020).

Il tema della ciclomobilità è in espansione per numero di pubblicazioni. Si può, quindi, già osservare che il ‘ritardo’ nella diffusione della bici corre in parallelo al ‘ritardo’ dello sviluppo di comunità accademiche che guardino alla bicicletta. La letteratura scientifica sull’auto, al confronto, è ampiamente diffusa.  La riscoperta della bici, anche sul piano accademico, in sostanza, ci pone dinanzi ad un dato per scontato: le società contemporanee sono auto-centriche (Urry, 2004) e presentano gradi variabili di sensibilità verso la pratica ciclistica (Belloni, 2019).

I paesi possono, infatti, differenziarsi in relazione alle culture ciclistiche nazionali. L’Italia ha una cultura ciclistica sportiva, ma non una cultura ciclistica diffusa (se non in alcune regioni), come in altri paesi, Olanda, Belgio. Le culture ciclistiche, tuttavia, non sono immutabili, possono rigenerarsi, evolvere nel tempo, emergere laddove non sono presenti. Analizzare la dimensione culturale, come è emerso nel corso della special issue curata da due ricercatori dalla rete di ricerca su bici e società (Landri & Tirino, 2022), è una pista di ricerca promettente per comprendere cosa favorisca la ciclomobilità.

I media favoriscono la ciclomobilità

Tra i fattori che la favoriscono, i media occupano un ruolo di rilievo. La narrazione epica del ciclismo emerge nel nostro paese proprio in rapporto ai processi di costruzione dello stato nazionale. Quella narrazione oggi cede al passo al racconto dinamico dei ciclisti sui social media. Le piattaforme social, da un lato, catturano il ciclismo nelle logiche estrattiviste del capitalismo digitale; dall’altro, creano nuove pratiche sportive come il ciclismo virtuale (che costituisce ormai uno dei diversi e-Sport), ma favoriscono anche l’emergere di nuove soggettività (le donne, le comunità LGBT+), allargando la pratica ciclistica. Diversamente dai media tradizionali che puntavano alla creazione delle gesta epiche dei campioni, i social media, favorendo la circolazione delle conoscenze tra i praticanti, permettono un incremento di connessioni, di socialità, di comunicazione e abbassano le barriere di accesso alla pratica. Democratizzando la conoscenza, insomma, agiscono da incentivi positivi per la diffusione del ciclismo.

I media sono necessari, ma non sono sufficienti. Costruire società a misura di bici è in realtà anche una sfida scientifica che richiede un flusso costante di ricerche empiriche e riflessioni teoriche. Si tratta, infatti, di generare conoscenze per favorire condizioni minime per la ciclabilità in ambienti che sono prevalentemente pensati in modo autocentrico. Non è solo un fatto tecnico, richiede, piuttosto, come va emergendo dai lavori della rete, lo sviluppo di una sociologia della bici, intesa come la ricerca di una concatenazione virtuosa tra saperi, tecniche e società.

A cura di Paolo Landri (in occasione della Giornata Mondiale della Bicicletta del 3 giugno 2023)

Riferimenti bibliografici

Belloni, E. (2019). Quando si andava in velocipede. Storia della mobilità ciclistica in Italia (1870-1955). Franco Angeli.

Cox, P. (2020). Cycling : A Sociology of Vélomobility. Routledge.

Cox, P., & Bunte, H. (2018). Social practices and the importance of context. Framing the Third Cycling Century, 122–131. https://www.umweltbundesamt.de/sites/default/files/medien/1410/publikationen/181128_uba_fb_third_cycling_century_bf_small.pdf

Equality, I., & Cox, P. (2020). The politics of cycling infrastructure. The Politics of Cycling Infrastructure, 5940. https://doi.org/10.2307/j.ctvvsqc63

Illich, I. (1973). Tools for conviviality. Harper and Row.

Landri, P., & Tirino, M. (2022). Media, Society and Cycling Cultures: Editorial. Eracle. Journal of Sport and Social Sciences, 5(1), 1–4. https://doi.org/10.6093/2611-6693/9612

Pivato, S. (2021). La felicità in bicicletta. Il Mulino.

Urry, J. (2004). The ‘System’ of Automobility. Theory, Culture & Society, 21(5), 25–39. https://doi.org/10.1177/0263276404046059

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Nancy Fraser all’IRPPS

Lo scorso 18 maggio la filosofa Nancy Fraser è stata all’IRPPS per un incontro da titolo “Is feminism an unrecognized labor movement? A heretical question inspired by W.E.B. Du Bois”.

Fraser è professoressa di Filosofia e Politica alla New School for Social Research di New York City. Nel suo lavoro, improntato alla Teoria critica e al Femminismo, ha affrontato questioni di potere, identità, emancipazione, capitale, giustizia e oppressione, soprattutto in relazione al funzionamento del liberalismo.

L’incontro, organizzato da Daniele Archibugi, si è caratterizzato per un proficuo dialogo tra la filosofa e la comunità di ricerca IRPPS, e in particolare le ricercatrici Teresa Pullano, Angela Toffanin e Beatrice Busi, che ne hanno introdotto l’intervento, mettendo in luce in che modo il lavoro di Fraser fornisca strumenti di interpretazione ai fenomeni di violenza domestica in Italia e ai percorsi di soggettivazione nelle democrazie contemporanee.

Sono disponibili: i commenti introduttivi, la registrazione dell’evento e la galleria di immagini.

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PhD in Social and Political Science (SPS)

As part of the PNRR-Fossr project (PNRR-IR 0000008 FOSSR – Fostering Open Science in Social Science Research), the IRPPS in collaboration with Bocconi University has launched a call for access to 1 fellowship for PhD in SOCIAL AND POLITICAL SCIENCE – CNR.

The planned duration of the doctorate is 4 years.

Application closing date: 12 June 2023.

Research must be consistent with the activities of the European research infrastructure known as JRU DASSI/CESSDA. This would include aspects such as any research to use and further develop the FOSSR open cloud services, as well as use and further develop the Social Science Data Archives of Italy (DASSI).

Disciplinary fields covered during the PhD: SECS-P/01 (Political Economy), SECS-P/02 (Economic Policy), SECS P/07 (Business Administration), SECS-P/12 (Economic History), SPS/04 (Political Science), SPS/07 (Sociology), SECS/S04 (Demography).

All information related to the SPS-CNR fellowship is included in the official call.

More information and application procedure on unibocconi website.

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Quali diversità?

21 MAGGIO – GIORNATA MONDIALE DELLA DIVERSITÀ CULTURALE PER IL DIALOGO E LO SVILUPPO

In occasione della “Giornata mondiale della diversità culturale per il dialogo e lo sviluppo” l’UNESCO, l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura, ricorda il ruolo fondamentale della diversità culturale, che arricchisce le vite delle persone e consente di crescere in un ambiente innovativo, più produttivo ed economicamente conveniente. L’UNESCO, infatti, crede fermamente che la diversità renda le persone più forti e che il rispetto per la diversità culturale sia essenziale per rafforzare il dialogo interculturale, lo sviluppo sostenibile e la pace.

Nell’attuale contesto di guerra ma anche di generalizzata violenza motivata da spinte individualiste molto forti, poter parlare di diversità sembrerebbe anacronistico. Storicamente del resto l’umanità ha vissuto le grandi diversità etniche e/o religiose come fattori di destabilizzazione del potere che hanno determinato, solo concentrandosi nell’area russa e balcanica, processi di disintegrazione territoriale: si pensi ad esempio agli anni della Rivoluzione bolscevica e della guerra civile (1905/1907), quando finì l’Impero dei Romanov (1917/1919), ma poi anche la dissoluzione della Jugoslavia a partire dal 1991, e negli stessi anni dell’URSS, fino in epoca più recente la Cecenia (1994) e ora in Ucraina.

Eppure, se la storia politica sembra mostrare la predominanza della forza per una presunta affermazione dell’identità nazionale, dall’altra parte la sociologia (con Talcott Parsons, ma non solo) ha affermato che lo sviluppo del sistema sociale si ha con la differenziazione sociale, unica a produrre incrementi di complessità: più complessa e diversa è una società, più ha al suo interno risorse e occasioni di crescita e di sviluppo.

La conseguenza è quindi non tanto l’accettazione o il rispetto del “diverso” ma la valorizzazione del confronto, dello scambio di idee e della crescita personale: attraverso la diversità si arriva alla conoscenza collettiva.

La Giornata mondiale della diversità culturale per il dialogo e lo sviluppo è un’occasione per celebrare la diversità culturale e tutto il patrimonio immateriale, lingua, tradizioni, usi, pratiche etc., che rafforzino i legami tra le persone e la loro storia. Solo così sarà possibile quello che l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile indica come un mezzo di cambiamento e di sviluppo, ovvero la cultura e il potenziale creativo delle diverse culture presenti nell’umanità.

In questo senso, il traguardo non è la semplice “accoglienza culturale”, bensì la creazione di una cultura condivisa che nasce dal confronto reciproco, dal dialogo e dall’incontro, dalla co-esistenza.

Come studiare gli interventi pratici per sostenere le diversità culturali?

Nello spirito di una cultura dell’incontro e dello scambio, il CNR-Irpps sta svolgendo un progetto di ricerca valutativa che ha un forte valore pratico. Si tratta di una attività di Valutazione della Strategia Rom, Sinti e Caminanti elaborata dal Governo italiano per gli anni 2012-2020. Tale progetto vuole consentire al CNR, insieme a UNAR- Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, di definire un modello di monitoraggio e valutazione per la nuova Strategia prevista per gli anni 2021-2030.

È un impegno importante, condiviso con la struttura della Presidenza del Consiglio dei Ministri, l’UNAR appunto, deputata dallo Stato italiano a garantire il diritto alla parità di trattamento di tutte le persone, indipendentemente dalla origine etnica o razziale, dalla loro età, dal loro credo religioso, dal loro orientamento sessuale, dalla loro identità di genere o dal fatto di essere persone con disabilità, in altre parole dallo loro “diversità”. Si ricordi che l’UNAR è stato istituito nel 2003 (d.lgs. n. 215/2003) in seguito a una direttiva comunitaria (n. 2000/43/CE), che impone a ciascun Stato Membro di attivare un organismo appositamente dedicato a contrastare le forme di discriminazione; in particolare, UNAR si occupa di monitorare cause e fenomeni connessi a ogni tipo di discriminazione, studiare possibili soluzioni, promuovere una cultura del rispetto dei diritti umani e delle pari opportunità e di fornire assistenza concreta alle vittime.

Il CNR-Irpps affianca il Governo nel creare un “circolo virtuoso” di raccolta ed elaborazione di informazioni, in cui l’integrazione delle comunità Rom, Sinte e Caminanti sia elemento prioritario di riferimento per processi di inclusione che non riguardano solo le popolazioni minoritarie, ma che possano individuare un approccio sociale di tipo integrato e sostenibile nel medio-lungo termine, con particolare riguardo a quattro assi di intervento (che sono: istruzione, lavoro, salute e casa).

Testo a cura di Marco Accorinti

Per approfondire:

A. R. Calabrò, Zingari, Storia di un’emergenza annunciata, Liguori edizione, Napoli, 2008

T. De Mauro, Le parole e i fatti, Edizioni Riuniti, Roma, 1977

Z. Lapov, Vacaré romané? Diversità a confronto: percorsi delle identità Rom, Franco Angeli, Milano, 2004

L. Piasere, Un mondo di mondi. Antropologia delle culture Rom, L’Ancora, Napoli, 1999

L. Piasere, I rom d’Europa. Una storia moderna, Laterza, Roma-Bari, 2004

E. Rodari, Rom, un popolo, diritto a esistere e deriva securitaria, Edizioni punto rosso, Milano, 2008

C. Vallini (a cura di), Minoranze e lingue minoritarie, Convegno Internazionale, Istituto universitario orientale, Napoli, 1996

K. Wiernicki, Nomadi per forza: storia degli zingari, Rusconi, Milano, 1997.

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Osservatorio Tendenze Giovanili premiato al Forum PA 2023

L’Osservatorio Tendenze Giovanili (OTG) è stato premiato al  Forum PA nella categoria “parità di genere” del Premio PA sostenibile 2023.

Il premio è promosso da FPA e ASviS, Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile, con l’obiettivo di valorizzare esperienze, soluzioni e progetti realizzati da amministrazioni (centrali e locali), ma anche da associazioni e start up, per promuovere e sostenere il raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità (Sustainable Development Goals – SDGs) fissati nell’Agenda 2030 dell’ONU.

Tra le motivazioni del premio si legge: Obiettivo generale del progetto “Osservatorio sulle Tendenze Giovanili” è stata la promozione di pari opportunità di genere e inclusione giovanile mediante il contrasto di devianza, violenza, condizionamenti sociali (stereotipi e pregiudizi) con particolare attenzione al genere e disagi psicologici. L’OTG è stato composto da tre moduli di intervento. Il primo di questi ha riguardato scuole primarie di Roma, il secondo scuole secondarie di secondo grado d’Italia e il terzo la costruzione dell’Agenda delle politiche per l’infanzia e l’adolescenza. Le attività di questi moduli, che hanno costituito una linea unitaria di intervento, hanno permesso di produrre una nuova a dettagliata conoscenza circa l’universo giovanile, erogare attività di formazione in tema di disagi, devianza e condizionamenti sociali e definire azioni atte alla promozione di benessere, pari opportunità e inclusione(https://www.forumpa.it/progetti/forum-pa-2023-i-vincitori-del-premio-pa-sostenibile-2023/).

L’OTG è un progetto a cura del gruppo di ricerca su Mutamenti sociali, valutazione e metodi (MUSA) dell’IRPPS, a cui lavorano in particolare Antonio Tintori, referente, Loredana Cerbara e Giulia Ciancimino.

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Ilaria Di Tullio nominata Gender Equality Officer

Ilaria Di Tullio, ricercatrice IRPPS dal 2016, è stata nominata Gender Equality Officer (GEO) per il Consiglio nazionale delle ricerche.

La figura del GEO è stata istituita con il Piano di Genere 2022-2024, il documento programmatico che promuove la parità di genere all’interno del Cnr e dei suoi Istituti, stabilendo linee di intervento in diversi ambiti:

  • nelle posizioni di vertice e negli organi decisionali
  • nel reclutamento e nelle progressioni di carriera
  • nella creazione di un ambiente che favorisca l’equilibrio vita privata/vita lavorativa
  • nell’integrazione della dimensione di genere nella ricerca
  • nella prevenzione e contrasto a discriminazioni, molestie e mobbing.

Questa figura sarà chiamata ad operare, insieme al tavolo di lavoro permanente per l’implementazione del Piano per la Parità di Genere del CNR, favorendo l’attivazione di sinergie interne all’Ente al fine di raggiungere gli obiettivi definiti dal piano (es. Presidenza, Direzione Generale, Direzioni centrali, CUG, Sindacati).

La dott.ssa Di Tullio ha lavorato per diversi anni su questi temi, ha partecipato alla redazione del Bilancio di Genere e fa parte dell’osservatorio Genere-Talenti (GETA).

A lei vanno i migliori auguri di tutta la comunità della ricerca IRPPS.

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Assortment of sport equipment on yellow background, top view

Sport per l’inclusione: tra stereotipi e potenzialità

La Giornata internazionale dello sport per lo sviluppo e la pace ha luogo ogni anno il 6 aprile. È stata indetta dieci anni fa dalle Nazioni Unite, per riconoscere “il ruolo positivo che lo sport e l’attività fisica giocano nelle comunità e nelle vite delle persone in tutto il Mondo” (https://www.un.org/en/observances/sport-day) 

Dall’emancipazione di donne e ragazze, giovani, persone con disabilità e altri gruppi emarginati al progresso di obiettivi di salute, sostenibilità e istruzione, lo sport offre – secondo le Nazioni Unite – un enorme potenziale per il progresso degli obiettivi di sviluppo sostenibile (SDG) e per la promozione della pace e dei diritti umani.  

Ma come mettere in pratica tale potenziale? 

Secondo le analisi condotte in questi anni da ricercatori e ricercatrici dell’IRPPS – all’interno, in particolare, delle attività del Gruppo di ricerca Musa (Mutamenti sociali, valutazione e metodi) – non basta fare sport per interiorizzare un sistema di regole e valori per l’integrazione sociale. Accanto alle azioni di promozione dello sport, necessarie per spingere a stili di vita salutari, è fondamentale promuovere una didattica strutturata dello sport. 

Come mostrano, tra le altre, le evidenze di un’indagine condotta in Italia nel 2017, il potenziale ruolo educativo dello sport non è un valore esplicito incorporato nella sua pratica. Si veda su questo l’articolo del 2021 di Tintori, Ciancimino, Vismara e Cerbara Sports as education: Is this a stereotype too? A national research on the relationship between sports practice, bullying, racism and stereotypes among Italian students. 

Lo studio, che ha coinvolto un campione rappresentativo di 4011 studenti e studentesse tra i 14 e i 16 anni, è stato condotto attraverso un questionario focalizzato su caratteristiche socio-demografiche, esperienze di vita, relazioni e comportamenti interpersonali, adesione a stereotipi e pregiudizi. 

Alcuni tra i dati di interesse mostrano che metà del campione ritiene che sia effettivamente meglio avere un allenatore uomo (ma la maggioranza di coloro che concordano su questa affermazione sono gli stessi maschi: 27% contro il 10% delle femmine) e circa un terzo degli studenti ritiene che alcuni sport non siano adatti alle donne (il 23% delle donne e il 41% dei maschi concordano con tale affermazione). Circa un giovane su dieci ammette che la violenza nel tifare la propria squadra è da considerarsi un fatto accettabile (7% donne e 17% uomini). Discorso analogo si può fare per gli stereotipi etnici, rispetto ai quali si rileva che circa un terzo degli studenti si sente minacciato nella propria incolumità dalla presenza degli immigrati (32% femmine e 39% maschi). Per una quota simile di giovani, gli stranieri sono considerati criminali (25% donne e 35% uomini); infine, gli studenti di solito tendono a pensare che gli immigrati siano persone che in realtà rubano il lavoro agli italiani (26% donne e 38% uomini). 

Dalle analisi emerge come gli e le adolescenti che praticano sport al di fuori della scuola abbiano un aumento dei loro livelli di tolleranza nei confronti del bullismo e del razzismo. Inoltre, coloro che praticano sport tra i rispondenti hanno opinioni altamente stereotipate sui ruoli di genere e sulla diversità etnica. 

Comparando questi risultati con le variabili socio-demografiche, i modelli elaborati dai ricercatori mettono in luce che la pratica sportiva non può essere considerata più influente di altre variabili demografiche, come il genere, la provenienza e lo status culturale della famiglia di origine. La pratica sportiva non è quindi un inibitore del bullismo e del razzismo. 

L’indagine dimostra, dunque, la neutralità della pratica sportiva in Italia rispetto all’inclusione sociale e alla diffusione di valori positivi, ma non ne nega le potenzialità. Accanto alla promozione del benessere individuale, infatti, il mondo dello sport è un ambiente in cui i giovani possono espandere le reti amicali ed entrare in contatto con le diversità sociali, sperimentando atteggiamenti e modelli comportamentali.  

Per diffondere valori sociali positivi e promuovere l’inclusione sociale attraverso lo sport, secondo lo studio, è necessario superare due limiti: la disuguaglianza nelle opportunità sportive tra gli studenti e la debolezza del rapporto tra sport e pedagogia. La necessità è, dunque, quella di formare i formatori. Coloro che hanno la responsabilità della preparazione fisica dei minori dovrebbero essere inseriti in percorsi di formazione che preveda una preparazione anche sui temi dell’inclusione. 

A cura di Monia Torre con il contributo scientifico di Loredana Cerbara.

Per approfondire:

  • Cerbara L. (2019). Spunti di rifessione sulla didattica dello sport dentro e fuori la scuola a partire dai risultati delle indagini ‘Fratelli di sport’. La Critica Sociologica, vol. LIII, n. 212 (4), Inverno 2019, pp. 42-57 (7) [DOI: 10.19272/201901204005; ISSN 0011-1546 / ISSN elettronico 1972-5914]
  • Tintori A. (2019). La multilateralità sociale dello sport e il suo mancato investimento. La Critica Sociologica, vol. LIII, n. 212 (4), Inverno 2019, pp. 49-55 (7) [DOI: 10.19272/201901204005; ISSN 0011-1546 / ISSN elettronico 1972-5914]
  • Tintori A. (2019). L’integrazione sociale come processo reciproco. Opportunità e stereotipi nel caso dello sport, Le nuove frontiere della scuola, n. 49, La reciprocità, anno XVI, febbraio. La Medusa Editrice, pp. 93-100 [ISSN: 2281-9681]
  • Accorinti M. Caruso M. G., Cerbara L., Menniti A., Misiti M., Tintori A. (2018). “Non conta se siamo stranieri, dobbiamo giocare tutti insieme.”, Roma: Consiglio Nazionale delle Ricerche – Istituto di Ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali. (IRPPS Working papers n. 106/2018)
  • Caruso M. G., Cerbara L., Menniti A., Misiti M., Tintori A. (2018). “Sport e integrazione per gli adolescenti italiani. Indagine 2017”, Roma: Consiglio Nazionale delle Ricerche – Istituto di Ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali. (IRPPS Working papers n. 108/2018)

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Articolo sugli effetti percepiti a medio termine del lavoro forzato da casa

È stata pubblicata sulla rivista Frontiers in Public Health una ricerca condotta tra il personale del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR) sugli effetti percepiti a medio termine del lavoro forzato da casa (Work from Home, WFH) su vita e professione: The medium-term perceived impact of work from home on life and work domains of knowledge workers during COVID-19 pandemic: A survey at the National Research Council of Italy.

Più del 95% dei 748 rispondenti riporta che almeno un ambito della vita personale è cambiato, percentuale che arriva al 97% per i cambiamenti percepiti in almeno un ambito della vita professionale. Si tratta di ricadute per lo più positive secondo i e le partecipanti.

L’obiettivo dello studio – condotto agli inizi del 2022 da ricercatrici e ricercatori di quattro Istituti del CNR in collaborazione con l’Università di Genova – è stato quello di valutare in che modo i lavoratori della conoscenza abbiano vissuto le modifiche alle proprie abitudini lavorative dopo 18 mesi dall’inizio delle misure restrittive legate alla pandemia. L’indagine si inserisce nel filone delle ricerche, avviate in tutto il mondo soprattutto durante i primi lockdown, sul benessere dei lavoratori.

Quanto smart è stato il lavoro da casa durante la pandemia?

La ricerca è stata svolta tramite un questionario somministrato on-line. Tra le altre cose, al personale CNR è stato chiesto di dare un punteggio da 1 (molto negativo) a 5 (molto positivo) all’impatto del lavorare da casa su diversi ambiti.

Rispetto alla vita personale, a trarre maggiore giovamento dal lavoro da casa sono stati la qualità delle relazioni interpersonali in famiglia e lo stile di vita in generale (comprese abitudini alimentari e stato di salute) con rispettivamente il 60% e il 58% di risposte “molto positivo” o “positivo”. Il lavoro da casa non sembra aver impattato invece su qualità del sonno e relazioni amicali (rispondono “nessuno” rispettivamente il 48% e il 55%). L’impatto negativo più frequente (20%) si registra invece in relazione allo stato psicologico. (I dettagli sulle risposte nella figura n.1)

Figura n.1: Le risposte relative all’impatto del lavoro da casa su cinque ambiti della vita personale.
Riportiamo le percentuali senza decimali per rendere più fruibile la lettura, la somma dei valori riportati non fa sempre 100% in virtù degli arrotondamenti.

A livello professionale, i e le rispondenti hanno tratto beneficio dal lavorare da casa in particolare rispetto alla flessibilità (organizzazione dello spazio di lavoro personale e spazio di lavoro personale e gestione dell’orario di lavoro), all’assunzione di iniziative e alla qualità del lavoro. Tre ambiti in cui le percezioni positive hanno prevalso sia su quelle negative che sulla mancanza di impatto.

Gli aspetti partecipativi e relazionali sono quelli in cui prevale la percezione di assenza di impatto. Allo stesso tempo, però, i rapporti con i colleghi e la partecipazione al contesto lavorativo sono quelli che sembrano aver risentito maggiormente della diversa condizione di lavoro e che hanno raccolto il maggior numero di risposte negative (27% e 25%, rispettivamente).

Figura n.2: Le risposte relative all’impatto del lavoro da casa su sette ambiti della vita professionale.
Riportiamo le percentuali senza decimali per rendere più fruibile la lettura, la somma dei valori riportati non fa sempre 100% in virtù degli arrotondamenti.

Questa percezione è stata influenzata da fattori personali e organizzativi. In particolare, il ridotto numero di giorni di lavoro in presenza e un più lungo tempo di percorrenza casa-lavoro sono associati a una percezione positiva dell’impatto del lavoro da casa sulla vita personale. Anche coloro che hanno ridotto il proprio stile di vita sedentario hanno valutato come positivo l’impatto del lavoro da casa su tutti gli ambiti della vita personale. Favoriscono, invece, una percezione negativa l’aver abbandonato i propri hobby e l’aver dovuto condividere la stanza adibita al lavoro con altri abitanti della casa.

Come sottolinea chi scrive l’articolo, i risultati ottenuti suggeriscono che misure per promuovere la salute fisica e mentale dei dipendenti, rafforzare l’inclusione e mantenere un senso di comunità sono necessarie per migliorare la salute dei lavoratori e prevenire l’isolamento percepito nelle attività di ricerca quando sia previsto il ricorso al lavoro da casa, specie laddove le politiche di conciliazione vita-lavoro siano carenti.

Leggi l’articolo completo.

A cura di Monia Torre con il contributo scientifico di Pierpaolo Mincarone.

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